Correre per me è più di un’attività, è una connessione con la terra, con la mia cultura e con i miei antenati. Come donna Diné (Navajo), ogni passo che faccio sul sentiero ha un significato. È una relazione con Madre Terra, un modo per onorare da dove vengo e chi sono. I sentieri sono il luogo dove vado per centrarmi, guarire e ascoltare. Correre non è solo movimento, è medicina.
La mia gara più memorabile è stata completare la Cocodona 250. Oltre 250 miglia di terreno accidentato dell’Arizona hanno messo alla prova tutto ciò che avevo, fisicamente, mentalmente e spiritualmente. Ma da qualche parte lungo quei chilometri, ho riscoperto me stessa. Non solo come corridore, ma come donna indigena, madre e individuo radicato in uno scopo.
Là fuori, non c’è separazione tra il corridore e la terra. Ogni miglio diventa un ricordo di resilienza, di forza tramandata attraverso le generazioni, e della profonda connessione che portiamo dentro di noi. Correre, per me, è un ritorno, all’equilibrio, all’identità e a casa.
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